Pittura figurativa

Polittico sui Quattro Cavalieri dell’Apocalisse

Questa è l’opera con cui si è presentato alla Laurea Triennale il candidato Federico Sinatti. La sua tesi di laurea era “Discorso sul Mito – Verità e forza evocativa nell’opera di Giulio Aristide Sartorio”.
Queste quattro tele di grande formato costituiscono un polittico di particolare interpretazione la quale è stata trattata nella terza parte del volume redatto per la laurea. Ripercorrendo attentamente il passo evangelico i cavalieri sono stati interpretati come forze benefiche che preparano l’uomo alla Rivelazione (dal greco ἀποκάλυψις).

Peste o Pensiero
olio su tela, 200 x 116 cm

” Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora. “
(Giovanni, Apocalisse, CEI 1974, 6,2)

Peste come Pensiero, quella qualità principe che inizia ogni cosa. Il suo arco ricorda l’arco di Apollo, con cui il dio scatenò la peste, ma egli era una divinità ben luminosa.
Il primo cavaliere rompe il cerchio della sua composizione, allegoria del pensiero celebrale, con la freccia, allegoria dell’idea; un gesto che trasmetterà il movimento ad arco a tutto il polittico.
Questa è la forza che precede ogni altra qualità, il pensiero come λόγος.

Guerra o Volontà
olio su tela, 200 x 120 cm

” Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada. ”
(Giovanni, Apocalisse, CEI 1974, 6,4)

Ed ecco che il secondo cavaliere è simbolo dell’eterno volere, quella forza che si solleva nell’umano spirito a compiere ogni opera. Senza di essa l’uomo giacerebbe in uno stato passivo, abulico. La volontà porta gli uomini a confliggere, a battersi per ciò che considerano meritevole e degno, e avendo volontà diverse, talvolta si scontrano. Se così non fosse, se tutti rinunciassero alla loro volontà, qualsiasi contesa cesserebbe insieme a qualsiasi aspirazione, qualsiasi desiderio e tutto giacerebbe inerme.
La posizione di questo quadro, in posa maestosa e rampante, è di massimo rilievo, all’apice della composizione del polittico, in quanto si vuole suggerire che questa sia la forza maggiormente da considerare seguendo il detto eraclideo: Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι (la guerra è padre di tutte le cose).


Carestia o Sentire
olio su tela, 186 x 135 cm

” Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. 6 E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: Una misura di grano per un danaro e tre misure d`orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati. ”
(Giovanni, Apocalisse, CEI 1974, 6,5 e 6,6)

Dopo analitico studio dei versetti (fino a studiare un trattato di agricoltura nell’antichità), secondo l’autore questo cavaliere rappresenta non una carestia, ma la conoscenza della giusta misura delle cose, l’ordine e il valore delle cose nell’universo. Egli è conoscenza, in quanto a questo conduce la percezione, un sentire l’equilibrio cosmico tra il mondo fisico e quello spirituale.
Scuro è il tezo destriero, come oscura è la scienza che conosce le leggi che regolano il cosmo; cavalca in un flusso pittorico di profondo blu, colore simbolo dell’interiorità. Al centro della forma circolare della posa volvente, si trova uno dei piatti dorati della bilancia. La materia aurea dell’oggetto richiama il celebre tesoro dell’Oro del Reno.

Morte
olio su tela, 200 x 131 cm

Per l’elaborazione del terzo cavaliere, l’autore ha preferito svincolarsi dal testo biblico.

Si voglia leggere la figura secondo il suo apparire. Una cavalcata cieca ed abbandonata al movimento del destriero, con un panneggio che richiama il sudario, però candido.
Tale è il soggetto del dipinto che difficilmente lo si può interpretare come una forza a favore dell’essere umano. Eppure, se non ci fosse la morte ad estinguere la vita terrena, nessun essere vivente si svincolerebbe dai legami con la materia.



Trittico sul Teatro Greco

Quest’opera si compone di tre dipinti ispirati a specifiche tragedie: Le Baccanti di Euripide, Agamennone di Eschilo, Aiace di Sofocle.
Il Teatro Greco viene rappresentato come una narrazione di Sangue e Luce, nell’oscurità. Si discende da una specie di peccato originale del re che si avvicina a rituali occulti, che tenta di acquisire una conoscenza di cui non è degno. Quindi nel secondo dipinto assistiamo alla deposizione, secondo violento conflitto, del sovrano, figura che rappresenta un potere consunto e divenuto illegittimo. Questo dipinto di carica di connotazioni politiche, seguendo facilmente anche lo schema cromatico ed il dettaglio della corona.
Aiace è il soggetto verso cui si rivolge discendente la composizione del polittico. Tutta la sua posa sta ad indicare l’eroe che riprende coscienza di se stesso, secondo il celebre motto nel tempio di Apollo a Delfi γνῶθι σαυτόν (conosci te stesso). Questa azione è l’eroica redenzione.



Dittico di Amor Profano ed Amor Sacro



Sant’ Antonio Abate
acrilico su carta, 191 x 90 cm

L’opera è stata in mostra presso il Centro Civico “Mannelli” di Campiglia Marittima (LI) dal 9 al 16 maggio 2015. Essa ha concorso, insieme ad altri lavori, per la realizzazione nel tabernacolo dell’omonima chiesa della città raccogliendo pareri positivi.

Il dipinto si ispira all’episodio della prima biografia del santo scritta da Anastasio di Alessandria in Vita Antonii (54. 1 – 4), nel quale il Santo, pregando, riesce a far sgorgare acqua nel deserto.
Al miracolo è stato dato un taglio più introspettivo, per così dire. San’Antonio appare non così anziano, e fisicamente non sciupato dalle durezze della vita eremitica. L’aspetto è saldo e maturo come la sua fede. L’atteggiamento è calmo e pio, inginocchiato di fronte al prezioso dono dell’acqua. La centralità della rappresentazione è costituita dal riflesso sul volto del Santo. Il Sole, allegoria del Divino, si riflette sulle cose buone di questo mondo, nel creato (l’acqua in questo caso) e illumina le nostre coscienze. Compiuto il miracolo, Sant’Antonio, così rappresentato, sembra enfatizzare non tanto lo stupore per la grazia celeste, ma piuttosto accogliere il mistero del “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Paolo di Tarso, Lettera ai Galati 2,20). Il fulcro della riflessione interiore del Santo è l’illuminazione del suo cuore, su cui preme la mano: la rinnovata scoperta e coscienza del divino come presenza nell’Uomo.



Auðhumla e Buri – La luce nutre l’oscurità
olio su carta, 193 x 127 cm

Una delle prime saghe norrene racconta della vacca primordiale Auðhumla, la quale leccò degli scogli gelati. Questi si sciolsero rivelando Buri, gigante primordiale che fu nutrito da Auðhumla e fu progenitore degli Æsir. Qui come elementi complementari i due soggetti si uniscono in una struttura quasi astratta, fatta di oscurità e luce, l’una che si nutre dell’altra, come lo Yin e lo Yang, ma a simboleggiare prevalentemente che è l’oscurità materica a trarre nutrimento dalla luce. Difatti lo spettatore stesso con l’occhio affonda e naviga nella grande massa chiara del dipinto.






Angelo dalle ali di pietra – L’Icaro impossibile
olio su carta, 139 x 127 cm

L’opera è stata realizzata quasi interamente a graffio, per cui appare pregevolmente disegnata e con molteplici vibrazioni tonali.

Se ne consiglia l’ingrandimento per una più completa fruizione (anche se il mezzo multimediale e la risoluzione dell’immagine non consentono la visualizzazione online dell’alta definizione del disegno).